extra industrial cinema – cinema di prossimità

Le Giornate del cinema privato nascono nel 2005 in occasione di una rassegna/seminario che si è svolta tra Siena, Firenze e Pisa nel novembre dello stesso anno.

L’idea che le origina discende da un’ambizione: cogliere il nuovo e l’antico nel cuore della rivoluzione comunicativa che stiamo vivendo. Svelarne le tracce nel passato e individuarne i caratteri più stimolanti a seguito dell’ampliarsi ad una vasta platea del privilegio, fino a ieri riservato a pochi, di esprimersi audiovisivamente. Un’evoluzione questa che già ha dato luogo al moltiplicarsi di tematiche e sensibilità direttamente collegate ad eventi, circostanze ed esperienze private. Che ha evidenziato un approccio originale rispetto alla produzione televisiva e cinematografica. Che tende a superare la classificazione amatoriale/professionale e film documentario/film sperimentale, e e che elabora strategie espressive assai diverse da quelle del cinema documentario e narrativo industriale.

In quella prima occasione furono presentate opere di Joseph Morder, Péter Forgács, Stan Brakhage, Jonas Mekas, Abraham Ravett, Jay Rosenblatt, Stephen Dwoskin, insieme all’opera di molti cineasti italiani e stranieri che mostravano lavori che in modo incidentale o per una precisa vocazione autoriale affrontavano argomenti legati all’ambito personale e familiare (Caterina Klusemann, Michelangelo Buffa, Jan Peters, Alberto Momo, Mauro Santini, Chiara Malta, Giuseppe Baresi, Nicole Sherg, Elsa Quinette) e accanto ad una selezione di film di famiglia provenienti da Home Movies/Archivio Nazionale del Film di Famiglia. L’intenzione era quella di fare una prima mappatura di un territorio che, complice la rinnovata leggerezza del video digitale a basso e bassissimo costo (dalle telecamere MiniDV ai telefonini) e l’esplosione di piattaforme di condivisione di materiali audiovisivi online, sembra emergere e affermarsi come uno dei più fecondi, interessanti e indubbiamente consistenti nella produzione audiovisiva contemporanea. Per questo, e per offrire modelli teorici, elementi di riflessione e di elaborazione, siamo andati alla ricerca di una tradizione che ci sembrava presente in filigrana fin dalle origini del cinema e abbiamo cominciato a riannodare, sia in modo empirico radunando una serie di opere e autori, sia con l’aiuto e il contributo di studiosi come Adriano Aprà e Roger Odin, i fili di una produzione che abbiamo proposto di definire “Cinema privato”.

Nel tentare di precisare la natura e le caratteristiche dell’espressione “Cinema privato”, ci sembra di poter individuare diversi elementi caratterizzanti: una prevalenza di temi legati all’ambito personale; un interesse specifico legato all’indagine o alla ricostruzione della memoria familiare e autobiografica; il desiderio di filmare la propria vita e di riflettere sul rapporto tra la pratica del filmare diaristico e il vissuto quotidiano; una diffusa vocazione ad evidenziare i riflessi degli accadimenti storici sulla vita privata e quelli delle storie private sulla vita pubblica; il non rivolgersi in origine a un pubblico indistinto ma piuttosto a gruppi ristretti e a cerchie limitate di persone intorno a sé; il partire da universi di prossimità e di vicinanza affettiva con le cose e le persone rappresentate nonché con i destinatari delle stesse opere (cerchie familiari, amicali o artistiche); una modalità produttiva indipendente e tendenzialmente autofinanziata, che trae origine da un’esigenza espressiva estremamente intima , che mantiene il controllo totale su ogni fase del lavoro e che si costruisce giorno dopo giorno, costantemente aperta a modifiche, cambiamenti di rotta e continue rielaborazioni dei risultati; un filmare prevalentemente in solitario, in un rapporto privato con la materia cinematografica (la pellicola, i procedimenti chimici, la postproduzione digitale) e con i soggetti delle riprese (famiglie, animali domestici, paesaggi prossimi e quotidiani).

Un approccio di questo tipo ha alle spalle tutta la tradizione del cinema propriamente amatoriale e familiare, nonché l’opera di cineasti sperimentali strettamente legati ai formati minori come l’8mm e il Super8, in qualche caso il 16mm (e poi il video analogico).

L’idea delle Giornate del cinema privato è in definitiva quella di rileggere, anche alla luce dell’oggi, opere e autori che hanno praticato nel passato recente o lontano un cinema intimo e personale. Opere che tracciano strade anche profondamente divergenti tra loro ma di cui ci interessa individuare alcuni tratti comuni.

Nella pratica contemporanea si tratta di realizzazioni indipendenti a basso costo, a volte semplici raccolte di testimonianze filmate o di vecchio girato che finiscono per originare elaborati frutto di un lavoro solitario e dell’incontro tra la videocamera digitale ed alcune sensibili tracce derivate dall’esperienza quotidiana.

Ma può trattarsi anche di opere realizzate da autori affermati, professionisti del cinema che tuttavia scelgono, in questo contesto, di spogliarsi delle certezze e delle competenze tecniche acquisite. Che spontaneamente rinunciano alla protezione della macchina cinema. Che si affidano all’imprevedibile spontaneità di uno sguardo che tradisce sentimenti, emozioni, incertezze, esitazioni recuperando la libertà di un discorso dove il senso non è già preordinato.

Un cinema che ci propone esiti originali ed inediti anche perché, da sempre, prescinde dall’invasività delle tecniche, dei set, delle troupe, dei formati, delle modalità di scrittura e di distribuzione prevalenti e necessarie nella produzione industriale. senso non è già preordinato.

Un cinema che ci propone esiti originali ed inediti anche perché, da sempre, prescinde dall’invasività delle tecniche, dei set, delle troupe, dei formati, delle modalità di scrittura e di distribuzione prevalenti e necessarie nella produzione industriale.

Quello che le Giornate del cinema privato si propongono allora, a partire dalla loro prima edizione, è di indagare, ricostruire, evidenziare, ricomporre il quadro complesso, sfaccettato e differenziato di questa tensione permanente e sfuggente alla pressione dell’industria audiovisiva, sia attraverso realizzazioni a ciò esplicitamente orientate sia attraverso composizioni che rielaborano materiali privati precedenti, propri o altrui, e che solo “a posteriori” o in seguito a circostanze talora imprevedibili, si sono imposti come urgenza espressiva al loro autore.

La nostra partecipazione al Bellaria Film Festival di quest’anno vuole dunque contribuire , con la proposta di alcune delle opere della sezione internazionale “Diaries & family movies” e con un pomeriggio dedicato ad approfondire possibili percorsi e modalità del cinema privato , a rendere più acuta radicale e meno episodica, la lettura della tendenza diaristica, autobiografica, “privata” nell’espressione audiovisiva contemporanea (anche nel documentario industriale, televisivo, spesso di ottima qualità, qui rappresentato dall’illuminato progetto “Private Century” della televisione della Repubblica Ceca).

Nonostante queste premesse, e proprio perché il cinema privato è ancora lontano dal trovare una sua ultima definizione, trattandosi piuttosto di un arcipelago di autori, opere e percorsi individuali sia pur accomunati da tratti comuni, una delle specificità delle Giornate del cinema privato è quella di essere un luogo di riflessione e di interrogazione costante in cui radunare e raccogliere il contributo di chi, a livello teorico o pratico, ritiene di poter partecipare alla nostra ricerca. Per questo abbiamo creato un sito, in cui raccogliere i materiali prodotti, i punti di vista, gli studi e le riflessioni che di volta in volta ci sembrano tracciare un confine possibile dell’ambito che ci proponiamo di indagare, e su cui di volta in volta ci parrà opportuno fermare la nostra attenzione. Per questo anche quest’anno, come negli incontri del novembre 2005, il pomeriggio del 9 giugno si proporrà come spazio seminariale, in cui confrontare opinioni e punti di vista di autori e studiosi provenienti da ambiti di ricerca molto diversi.

Perché il cinema privato ci sembra in ultima istanza un cinema di prossimità, di relazione, di confidenza e di irriducibile autonomia.

Dove il mutare della natura dell’oggetto cinematografico si riverbera inevitabilmente sulla posizione dello spettatore chiamato a situarsi, accanto ed assieme al filmmaker, nel mezzo del suo rapporto col mondo.

Luca Ferro, Paolo Simoni, Gianmarco Torri

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